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Uno dei problemi che incontriamo quando presentiamo la nozione di universalità è collegato al bisogno di comprendere i diritti dell'infanzia tra le diversità rappresentate da ogni cultura e da ogni persona.

Se da una parte possiamo certamente riconoscere l’universalità e l'immediatezza dei principi e delle disposizioni della CRC, parallelamente dobbiamo considerare che i suoi contenuti dovrebbero essere percepiti come rilevanti da parte delle persone, dai gruppi e dai popoli. In questa prospettiva, considerare le differenze e la diversità di ogni persona dovrebbe sempre essere una dimensione chiave per promuovere i diritti dell'infanzia e “tradurli” in modelli e pratiche culturalmente sostenibili e rilevanti.

E’ innegabile che non siano stati dedicati sforzi sufficienti a questo tentativo che, tra l’altro, è anche supportato e informato sistematicamente dal principio di non discriminazione.

Andrebbe dedicata un'attenzione specifica a questo punto, considerando i bisogni reali dei sistemi di protezione dell'infanzia, così da comprenderli e adattarli alle variabili che risultano dall’interazione con le persone provenienti da contesti dove la reale nozione di “diritto” è influenzata da molti e diversi elementi di carattere culturale. Il problema sarà dunque come proporre la CRC come strumento e piattaforma che possa accompagnare il cambiamento culturale e determinare una nuova dimensione trans-culturale, in cui i diritti dei minorenni non siano solo rispettati ma pienamente riconosciuti e assimilati.

Nuovamente la connessione (o ri-connessione) della CRC con gli altri strumenti sui diritti umani e con i diritti e le diversità culturali può aiutarci in questo sforzo. Il linguaggio e la narrazione proposta da e tramite i diritti umani dovrebbero stabilire connessioni dinamiche con altre culture e narrazioni per ottenere significato e efficacia.

Dobbiamo anche considerare che un paradigma che propone universalità dovrebbe necessariamente includere le persone di minore età, le loro percezioni e le loro visioni. Questa assunto suggerisce fortemente che l’universalità non è possibile senza la partecipazione, intesa non solo come l’atto di partecipare ma anche la capacità del contesto di considerare chiunque (anche se diverso) come parte del sistema stesso.

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