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Siamo all’interno di un paradigma culturale che connette l’infanzia quasi esclusivamente con la vulnerabilità. Un approccio basato sui diritti dell'infanzia richiede un cambiamento di visione che porti a considerare anche le capacità e le risorse di ogni persona minorenne. Senza questo cambiamento di prospettiva è davvero difficile sostanziare la nozione di partecipazione e auto-determinazione, elementi trasversali e rivoluzionari proposti dai diritti umani e dalla CRC.

La stragrande maggioranza delle immagini proposte sull’infanzia richiama la nozione di vulnerabilità come se essa fosse una caratteristica intrinseca e predominante di ogni minorenne. Questa iconografia, in molti casi, estrae il minorenne dalla sua storia e dal suo contesto e lo riduce ad un puro bisogno o un problema senza prendere in considerazione la sua resilienza e le responsabilità e le cause che hanno generato quell situazione. In un certo modo, l’attenzione all’infanzia basata esclusivamente sulla vulnerabilità propone una certa "patologizzazione" delle pesone minorenni, visione che risulta essere molto distante dal riconoscimento dei diritti richiesto dalla CRC.

In diverse occasioni l’infanzia viene considerata in maniera retorica, come una risorsa per il futuro ma raramente come una risorsa per il presente. Questo in un certo senso fa  comprendere perché il mondo adulto tenda ad escludere il riconoscimento delle capacità e delle risorse che i minorenni possiedono e che potrebbero esprimere se venisse loro consentito.

Considerare la vulnerabilità alla luce dell’età della persona è naturalmente molto importante, ma quest deve essere intesa come condizione potenziale che dipende fortemente dal contesto circostante.

In altre parole, il grado di vulnerabilità dei minorenni potrebbe essere visto come risultato di condizioni determinate dagli adulti.

Questa diversa prospettiva, al di là di dare sostanza alla possibilità per la persona minorenne di partecipare attivamente nella realizzazione del proprio destino, richiama gli obblighi cruciali della società che nella maggior parte dei casi è responsabile di creare tutte le condizioni affinché i diritti dell'infanzia siano pienamente considerati e attuati.

Riteniamo che queste considerazioni siano molto importanti per de-costruire una relazione con con le persone minorenni che li considera non come esseri umani ma principalmente come esseri umani “in divenire”, quindi incompleti e deficitari. E’ quindi evidente come i minorenni siano ancora largamente considerati o riconosciuti solo in base alla vulnerabilità che essi stanno proponendo. In molti casi considerare questa vulnerabilità come una patologia infantile continua a deviare l’attenzione dalla patologia del sistema che ha creato o permesso questa stessa vulnerabilità.

E’ innegabile che dobbiamo considerare una vulnerabilità strutturale collegata alla capacità evolutiva di una persona giovane ma è anche vero che un approccio basato sui diritti e il principio di partecipazione dovrebbero portarci a considerare le risorse come elemento chiave del riconoscimento che permette risposte appropriate.

In altre parole, sicuramente dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sulle persone minorenni più vulnerabili, ma sempre nel contesto di un approccio attivo, aperto a riconoscere le capacità e ad evitare categorizzazioni inappropriate e stigmatizzanti. A questo proposito facciamo riferimento al lavoro di Didier Fassin sulla nozione di patologizzazione applicata alle persone rifugiate.

Ovviamente l’ampia letteratura sulla nozione di resilienza (per esempio Boris Cyrulnik o Renos Papadopoulos) può essere molto utile nel determinare importanti cambi di paradigma anche da una prospettiva trans-culturale.

L’ampia letteratura che discute i paradigmi della salute mentale e dei sistemi (si veda per esempio I.Goffman e M.Foucault) è sempre molto significativa per comprendere la relazione tra la vulnerabilità delle persone e il contesto.

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