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Nonostante questi 30 anni di storia della CRC, la nostra relazione con i diritti e i problemi dell'infanzia continua ad essere basata più sulla filantropia e sulla beneficenza che sui diritti. Questo approccio filantropico è stato drammaticamente rinforzato negli ultimi quindici anni, anche dall’impatto mediatico di raccolte fondi per attività umanitarie. Mostrare un bambino che ride o meglio che piange è molto convincente per il pubblico e porta più facilmente ad effettuare donazioni. Il bisogno di raccolta fondi dal mercato nazionale risulta ora più pressante, dato il taglio alle risorse pubbliche per la cooperazione internazionale. Mostrare bambini sofferenti fornisce un migliore ritorno per l’investimento.

La maggior parte delle associazioni che promuovono i diritti dell'infaniza utilizza un paradigma filantropico e legato alla beneficenza (più o meno sofisticato) per ottenere le risorse necessarie a proteggere e promuovere i diritti dei minorenni. Questa propaganda, al di là dei risultati finanziari, determina un immaginario pressante che identifica i minorenni con i loro bisogni o problemi. Molto spesso ci confrontiamo con immagini di bambini che non hanno storia, che non hanno altro se non la loro sofferenza. Raramente si evidenziano le cause e le responsabilità che hanno creato questa sofferenza. In un certo qual modo, i minorenni e la loro immagine sono continuamente sfruttati dalle stesse agenzie che dovrebbero promuovere i loro diritti e la loro dignità. Il fuorviante paradigma proposto attraverso questa nuova e sofisticata filantropia è quello per cui “più fondi raccogliamo più bambini possiamo salvare”.

Abbiamo spesso avuto l’impressione che questa proposta stia drasticamente sovvertendo la relazione tra mezzi e fini (usare i bambini per raccogliere soldi). Questo assunto deve però essere messo in discussione, poiché è ampiamente dimostrato che la sostenibilità del welfare minorile non sia determinata solo dalle risorse finanziare allocate.  Secondariamente questa visione sposta obblighi che dovrebbero essere centrali per le istituzioni pubbliche verso un terreno privato, per esempio riducendo i fondi per garantire il welfare dell'infanzia o implementare cooperazione internazionale. Vale anche la pena di notare come spesso le attività rivolte all'infanzia vengano supportate da fondi provenienti dagli stessi attori che sfruttano risorse e creano danni socio-economici in giro per il mondo.

Ancora più preoccupante è il fatto che molte persone coinvolte in questo tipo di attività siano coinvolte nei consigli direttivi delle agenzie, delle fondazioni e degli organismi di beneficenza, a volte le stesse che promuovono la CRC!

Nonostante sia molto controverso e delicato, non possiamo di non considerare questo aspetto se vogliamo lavorare in questo ambito seriamente. Inoltre un chiaro posizionamento civile e professionale crediamo possa fare la differenza. 

Su queste dimensioni sono disponibili alcuni (pochi) riferimenti bibliografici, forse perché essi pongono in dubbio il triangolo dominante vittima-aggressore-salvatore che determina spesso la nostra relazione con i le persone minorenni  e la maggior parte della comunicazione umanitaria contemporanea.

In particolare facciamo riferimento a Hannah Arendt e Paulo Freire per approfondire questi aspetti.

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