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Cosa vuol dire essere “mentori” al tempo del covid-19?

Schermata 2020 06 09 alle 16.56.33"Quando ho scelto di essere mentore, o ancor prima tutrice volontaria di un ragazzo straniero che si trova in Italia senza la sua famiglia, ho pensato al bisogno che abbiamo tutti di avere almeno una persona a cui far riferimento, una persona disponibile ad ascoltarci, a darci un consiglio, a pensarci con affetto.

In questo difficile e inedito momento di lockdown, in cui le interazioni dirette si sono interrotte, l’invio di semplici messaggi o lo scambio di telefonate ogni due o tre giorni ci ha permesso, nonostante i limiti, di continuare a dirci che ci siamo, che ci pensiamo. Abbiamo condiviso come ci sentiamo, cosa stiamo facendo, i problemi che incontriamo, le ansie, i progetti e le aspettative per il prossimo futuro. Anche le semplici informazioni sulle nuove norme, sui servizi e le opportunità fornite da istituzioni o da associazioni del volontariato per far fronte alle difficoltà della quarantena hanno costituito un supporto, come i suggerimenti per compilare domande per i buoni spesa (al di là degli esiti…) o altre incombenze burocratiche. Non ultimo, questo frequente contatto permette e stimola i ragazzi a continuare ad esprimersi in italiano, consolidando così le loro competenze linguistiche.

In un modo o nell’altro continuiamo ad esserci, sperando, finita l’emergenza e il confinamento, di poter dare un contributo più concreto ai bisogni fondamentali dei ragazzi: lavoro, alloggio, documenti e incoraggiamento per le loro scelte."

 

Marina Picasso, tutrice volontaria e mentore Genova

* foto di Amelie & Niklas Ohlrogge disponibile su https://unsplash.com/@pirye

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