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La tutela, un'esperienza importante per tutti

Ephoto-1549719386-74dfcbf7dbed.jpeg’ capitato che il mio corso di formazione con Defence for Children abbia coinciso con l’ultimo mese di vita di mia madre. Era maggio 2018, la mamma era stata ricoverata il primo di aprile e sarebbe poi mancata il 2 di giugno. Ricordo che il progetto di potermi occupare di un minore contribuiva a farmi provare momenti di sollievo e speranza quando mi sentivo inondata da una ridda di emozioni quali sgomento, incredulità, dolore per l’inaspettata diagnosi della malattia della persona a cui ero più legata, avendo perso il padre in tenera età. La lettera di convocazione del Tribunale dei Minorenni era poi arrivata circa nove mesi dopo, sorrido, notando che è il tempo di una gestazione. Leggo, con grande emozione, il nome a cui sono stata abbinata, non distinguo il nome dal cognome, viene dall’Albania. Chissà perché immaginavo di essere tutrice di un ragazzo africano, penso che della realtà albanese non so proprio nulla.

Nel giro di pochi giorni avviene l’incontro con P. in Comunità. Mi hanno detto che è un ragazzo tranquillo che ama lo sport del pugilato in cui ha raggiunto ottimi risultati e nel quale vuole eccellere. Porto con me un paio di foto di mio padre con i guantoni sul ring, lui faceva parte della Guardia di Finanza, era sportivo e praticava la boxe: che coincidenza! Instauriamo presto un dialogo che approfondiamo nelle nostre lunghe passeggiate, si instaura subito un buon feeling. P. è un bravo ragazzo, uno sportivo appassionato e un buon alunno, dato che – dice – la scuola è la sua seconda chance, dopo l’obiettivo di far carriera nel pugilato. Lo scopo della sua vita è di aiutare la sua famiglia - composta dai genitori, da una sorella e da due fratelli minori – in pesanti difficoltà economiche. Evidentemente lui parla di me ai suoi familiari, e un giorno mi porta un soprammobile, arrivato chissà come, da parte di sua mamma, come ringraziamento per la cura che mostro per lui. Siamo ad aprile e nel frattempo la confidenza si è gradatamente accresciuta, facciamo insieme un’esperienza di teatro sociale, P. ha conosciuto mio marito e progettiamo di trascorrere insieme la Pasqua.

Venerdì 17 aprile 2019, alle 19 ricevo una telefonata dalla Comunità: P. si trova in Pronto Soccorso con il suo allenatore, per un infortunio in palestra. Sto lavorando e assicuro che alle 20 mi recherò in ospedale. Appena finito il lavoro, chiamo l’allenatore che mi comunica che la situazione è grave: P. è stato portato in elicottero all’ospedale. Mi precipito con il cuore in gola, fanno entrare solo me dentro il Pronto Soccorso perché sono la tutrice. Arrivano medico ed infermiera per dirmi che il ragazzo è già nella sala operatoria di neurochirurgia, in coma. Mi manca il terreno sotto i piedi, mi gira la testa, entro in un incubo. Firmo i fogli per autorizzare le trasfusioni. Chiamo la Comunità, dobbiamo fare in modo di avvisare la famiglia, ma nessuno ha i contatti. Mi danno la borsa della palestra di P., dove c’è anche il suo telefonino, ma è bloccato dalla password. Lascio il mio numero di telefono perchè il chirurgo mi chiamerà al termine dell’intervento, mi precipito in Comunità, dove i ragazzi con gli educatori cercheranno il modo di entrare in contatto con i genitori. Torno a casa con una pesante tachicardia che non mi abbandonerà fino al giorno seguente. Alle tre e mezza della notte mi chiama il chirurgo: la situazione è gravissima, hanno asportato un parte della calotta cranica, il cervello è in brutte condizioni, il coma è profondo, le speranze sono scarse. Sono devastata, piango mentre scrivo una mail al giudice di riferimento per informarlo della situazione. Il mattino successivo non sono in grado di guidare, un’amica mi accompagnerà a trovare P. nella rianimazione. Sono stati trovati nominativi di parenti in Italia che hanno avvisato i genitori, saranno qua il giorno dopo ancora. Il giorno seguente nella sala d’attesa della rianimazione c’è una giovane donna, ci guardiamo e ci abbracciamo forte: è la mamma di P.; con lei c’è anche il padre che, per fortuna, parla bene l’inglese, così possiamo anche comunicare. Vivremo insieme nella sala d’attesa 11 giorni in cui P. è sempre in coma. 

Poi il primo miracolo:....

P. apre gli occhi, ci riconosce, è ancora tra noi! I medici ipotizzano danni alla parte sinistra del corpo e al linguaggio, parlano di un lungo percorso. La parte di calotta cranica asportata è stata mandata in una ‘banca per le ossa’ e dovrà essere reimpiantata tra diversi mesi. Da qui comincerà il secondo miracolo: un percorso di guarigione molto più veloce del previsto; il ricovero durerà due mesi, ci sarà il secondo intervento e, a dispetto di tutte le previsioni, non compariranno danni evidenti: P. è in grado di muoversi e parlare. In questi due mesi i genitori, prima insieme e poi uno alla volta, non si sono mai allontanati dall’ospedale e così abbiamo avuto l’occasione di conoscerci, apprezzarci e affezionarci vicendevolmente; sono ottime persone, molto affettive e dignitose.

Quando, ai primi di giugno P. è stato dimesso, il medico ospedaliero incaricato della valutazione, fa notare – in modo brusco - a me e alla mamma che i test sulla memoria breve sono deficitari, non si sa se recupererà, serve logopedia. Il chirurgo, persona splendida per competenze ed umanità, mi dice che l’intervento è recente, i liquidi si devono assestare e che, in ogni modo, più della terapia farà la mia vicinanza, dato che P. con lui parla sempre di me. Inizieremo un percorso ambulatoriale di recupero che finirà con ottimo esito: i parametri sono nella normalità! Nel frattempo, con l’aiuto di alcune care amiche, organizzo una cena per raccogliere fondi per sostenere la permanenza dei genitori qua, aderiranno cento persone: un trionfo! P. e la mamma vengono ospitati in una casa famiglia, fino alla fine di agosto, quando la mamma riparte per l’Albania e otteniamo che P., non senza qualche reticenza da parte del responsabile dei servizi sociali, ritorni in Comunità.

Da questo momento ‘la strada è in discesa’: P. ricomincia la scuola, si iscrive a un corso di balli latini e, al saggio di dicembre, sembra che non abbia mai fatto altro nella vita che ballare. Non c’è che dire, è un ragazzo in gamba e ottiene soddisfazioni in qualunque ambito si impegni. A gennaio compie 18 anni. Faccio domanda di prosieguo amministrativo fino ai 21 anni, non sostenuta dai servizi sociali. Lo otteniamo. Festeggiamo il suo compleanno come una seconda nascita a cui non poteva mancare qualcuno della sua famiglia; il mio regalo a sorpresa sarà fare arrivare qua la mamma con il fratellino più piccolo, grazie all’aiuto anche della Caritas che li ospiterà per una settimana. Tutto sembra procedere per il meglio, compreso i risultati scolastici che sono molto soddisfacenti; iniziamo un corso di italiano e lo studio per la patente.

A marzo irrompe il Covid e P., come gli altri ragazzi della Comunità, rimane segregato per circa due mesi. Sono un po' preoccupata, mi dispiace che debba affrontare anche questo stress, lo sento depresso. Non ho molte possibilità per aiutarlo; all’inizio continuiamo il nostro corso di italiano con l’aiuto di whatsapp ma, dopo qualche tempo, P. preferisce interrompere; per fortuna, accetta di impegnarsi nelle video lezioni della sua scuola. L’unico modo di essere presente è sentirlo al telefono e preparare torte per la Comunità!

Finisce anche il lockdown e pian piano si ritorna alla normalità. La pagella finale è ottima: la media dei voti è 8,2. Riprendiamo ad incontrarci, a studiare italiano e per la patente. Da una settimana P. lavora come aiuto cuoco in uno stabilimento balneare, vuole racimolare qualche soldino e continuiamo a studiare per la patente. ‘Sento che non voglio sprecare tempo’, mi dice; credo di averlo contagiato, da buona iperattiva. Cosa posso dire di questa esperienza? Sicuramente mi ha coinvolto in modo viscerale. La sensazione mia, di mio marito, di P. e la sua famiglia è quella essere ormai parte di uno stesso gruppo familiare. P.ci ha fatto la proposta di andare insieme in vacanza in Albania, per visitare posti belli che nemmeno lui conosce ancora. Noi pensiamo che sia un’ottima idea, quest’anno non è attuabile per via del Covid, ma rimane un bellissimo progetto per la prossima estate!

Marina V., Tutrice

Luglio, 2020

* foto di Bogdan Yukhymchuk scaricabile da unsplash.com 

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